Pubblicato il Marzo 15, 2024

La gestione degli scarti di produzione non è un costo inevitabile, ma un’opportunità strategica misurabile se affrontata con un approccio integrato che va oltre il mero rispetto della legge.

  • Classificare correttamente uno scarto come sottoprodotto ai sensi dell’art. 184-bis non solo abbatte i costi di smaltimento, ma genera nuovi flussi di ricavo.
  • Le certificazioni ambientali (ISO 14001, EMAS) trasformano la conformità normativa in un vantaggio competitivo tangibile, cruciale per accedere agli appalti pubblici verdi (GPP).

Raccomandazione: Integrare la gestione dei sottoprodotti fin dalla fase di design (ecodesign) e negli accordi contrattuali con i fornitori è il passo fondamentale per creare un sistema di economia circolare robusto, certificabile e finanziariamente vantaggioso.

Per ogni Responsabile Ambientale o di Produzione in Italia, la gestione degli scarti è un puzzle complesso fatto di costi crescenti, normative stringenti e rischi operativi. La tentazione è spesso quella di classificare tutto come “rifiuto” per semplificare la burocrazia, accettando passivamente i costi di smaltimento. Si recitano a memoria le quattro condizioni dell’articolo 184-bis del Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006) per la qualifica di un sottoprodotto – origine dal processo produttivo, utilizzo certo, pronto all’uso senza trattamenti, e legalità dell’impiego – ma spesso ci si ferma lì, spaventati dalla complessità della loro dimostrazione pratica.

E se la vera chiave non fosse semplicemente “rispettare la norma”, ma utilizzarla come leva per costruire un vantaggio competitivo misurabile? La trasformazione di uno scarto in sottoprodotto non è un adempimento burocratico, ma la conversione di una passività in un asset strategico. Questa prospettiva cambia tutto: non si tratta più di evitare sanzioni, ma di generare valore, migliorare i margini e rafforzare l’immagine aziendale in un mercato sempre più attento alla sostenibilità.

Questo articolo non si limiterà a spiegare la legge. Fornirà invece una roadmap strategica per integrare la gestione dei sottoprodotti all’interno dei processi aziendali, dalle certificazioni ambientali al design di prodotto, fino all’accesso a incentivi fiscali come quelli previsti dal Piano Transizione 5.0. L’obiettivo è chiaro: dimostrare come una corretta gestione dei sottoprodotti diventi un potente motore di efficienza, competitività e accesso a nuove opportunità di mercato.

Attraverso un’analisi dettagliata, esploreremo come le decisioni prese a monte, nella progettazione e nella selezione dei fornitori, possano determinare il successo della valorizzazione degli scarti, e come le certificazioni diventino lo strumento per comunicare in modo credibile questo impegno, proteggendo l’azienda dal rischio di greenwashing e aprendo le porte a finanziamenti e appalti pubblici.

ISO 14001 o EMAS: quale certificazione apre le porte alle gare d’appalto pubbliche green?

Nel contesto degli appalti pubblici verdi (GPP), la semplice conformità all’art. 184-bis non è più sufficiente. Le stazioni appaltanti premiano le aziende che possono dimostrare il loro impegno ambientale attraverso sistemi di gestione certificati. La scelta tra la certificazione ISO 14001 e la registrazione EMAS (Eco-Management and Audit Scheme) diventa quindi strategica. Mentre la ISO 14001 è uno standard internazionale riconosciuto che attesta l’esistenza di un Sistema di Gestione Ambientale (SGA), l’EMAS rappresenta un passo ulteriore, richiedendo una Dichiarazione Ambientale pubblica e validata da un ente terzo, che garantisce massima trasparenza sulle performance. Non a caso, il 70% dei verificatori e delle organizzazioni registrate EMAS ritiene questa certificazione più efficace nel garantire la conformità giuridica, un fattore decisivo per gli enti pubblici.

L’integrazione della gestione dei sottoprodotti all’interno di un SGA certificato trasforma un requisito legale in un punteggio premiante. Un’azienda registrata EMAS che documenta in modo trasparente la quantità di rifiuti evitati grazie alla valorizzazione come sottoprodotti ottiene un vantaggio competitivo diretto nei bandi che includono Criteri Ambientali Minimi (CAM). Questo non solo aumenta le probabilità di aggiudicazione, ma posiziona l’azienda come un partner affidabile e all’avanguardia nella transizione ecologica.

Piano d’azione: massimizzare il punteggio nelle gare pubbliche green

  1. Implementare un Sistema di Gestione Ambientale conforme alla ISO 14001 come base di partenza solida.
  2. Integrare la gestione dei sottoprodotti nel SGA, documentando in modo rigoroso la conformità a tutti i requisiti dell’art. 184-bis.
  3. Redigere e far convalidare una Dichiarazione Ambientale EMAS che includa indicatori specifici sui sottoprodotti valorizzati e sui rifiuti evitati.
  4. Quantificare e comunicare in modo chiaro la riduzione dell’impatto ambientale (es. tonnellate di CO2 evitate, m³ di materie prime risparmiate) ottenuta tramite la trasformazione in sottoprodotti.
  5. Ottenere la registrazione EMAS attraverso l’iter gestito dal Comitato Ecolabel ed Ecoaudit (presieduto da ISPRA) per accedere ai massimi punteggi previsti dai CAM.

Monimateriale o disassemblabile: come cambiare il design del prodotto per renderlo riciclabile al 100%?

La gestione efficace dei sottoprodotti non inizia alla fine del ciclo produttivo, ma nella sua fase embrionale: la progettazione. L’approccio dell’ecodesign è fondamentale per determinare se uno scarto sarà un costo o una risorsa. Progettare un prodotto pensando già alla sua fine vita e alla separazione dei suoi componenti è la strategia più intelligente per generare flussi di sottoprodotti puri, omogenei e facilmente vendibili. Due approcci principali dominano questa filosofia: il design monomateriale e quello per il disassemblaggio.

Il design monomateriale punta a realizzare prodotti utilizzando un unico tipo di materiale (o materiali compatibili), eliminando alla radice il problema della separazione. Gli scarti di produzione, in questo caso, sono per definizione puri e di alto valore. L’approccio del design per il disassemblaggio, invece, si applica a prodotti complessi, prevedendo connessioni (incastri, viti invece di colle) che permettano una facile e rapida separazione dei diversi materiali a fine vita o durante la manutenzione. Questo crea flussi distinti di materiali (es. metallo, plastica, vetro) che possono essere qualificati come sottoprodotti separati.

Dettaglio macro di materiali monopuri separati e pronti per il riutilizzo in un processo di economia circolare

Questa visualizzazione mostra il risultato finale di una corretta strategia di ecodesign: flussi di materiali puri e separati, pronti per essere reintrodotti in un nuovo ciclo produttivo come sottoprodotti di valore, invece di finire in discarica come rifiuti indifferenziati. La scelta della strategia dipende dal settore e dal prodotto, ma l’obiettivo è lo stesso: trasformare un potenziale rifiuto in una materia prima seconda certificata.

Il seguente quadro comparativo, basato su analisi di settore, illustra come diverse strategie di design impattino sulla valorizzazione dei sottoprodotti, con esempi concreti di eccellenza nel panorama industriale italiano.

Confronto tra approcci di design per la valorizzazione dei sottoprodotti
Strategia di Design Vantaggi per i Sottoprodotti Riduzione Costi Gestione (%) Esempi Settori Italiani
Monimateriale Sottoprodotto puro, vendibile direttamente 60-80% Packaging Emilia-Romagna
Design Modulare Componenti separabili = flussi puri 40-60% Automotive Piemonte
Progettazione per Disassemblaggio Recupero integrale materiali 50-70% Mobili Brianza
Materiali Bio-based Sottoprodotti compostabili 70-90% Tessile Como

L’errore di comunicare dati ambientali non verificati che ti espone agli attacchi delle associazioni

In un’epoca di crescente attenzione alla sostenibilità, la tentazione di comunicare i propri risultati ambientali è forte. Tuttavia, farlo senza una solida base documentale e verifiche terze parti è un errore strategico che può portare a gravi conseguenze. Il fenomeno del greenwashing è sempre più nel mirino di associazioni di consumatori e ambientaliste, pronte a contestare legalmente affermazioni generiche o non provate. In Italia, questo rischio è amplificato da un paradosso: secondo i dati del Laboratorio REF Ricerche, siamo il Paese europeo dove la produzione di rifiuti è cresciuta di più (+21%) tra il 2010 e il 2020, a fronte di un calo del PIL. Questo indica una pressione crescente sulla gestione dei rifiuti che rende ogni dichiarazione di “riduzione” particolarmente sensibile e soggetta a controllo.

La qualifica di un materiale come sottoprodotto è un’area particolarmente delicata. Una classificazione errata, anche se in buona fede, può essere interpretata non solo come un illecito ambientale dagli organi di controllo come l’ARPA, ma anche come un tentativo di ingannare il mercato. La giurisprudenza è molto chiara su questo punto, come sottolinea una celebre sentenza della Corte di Cassazione Penale:

La classificazione operata dal produttore dei rifiuti come ‘rifiuti di plastica’ esprime la volontà di disfarsi degli stessi e li sottrae alla normativa derogatoria prevista per i sottoprodotti

– Corte di Cassazione Penale, Sentenza n. 32207/2007

Questo significa che la volontà del produttore è un elemento chiave: dichiarare qualcosa come sottoprodotto implica l’impegno a dimostrarne il valore e l’utilizzo certo. Per costruire una “prova documentale robusta” a prova di audit e contestazioni, è indispensabile dotarsi di una documentazione completa e rigorosa, che va ben oltre la semplice autodichiarazione. Questo include analisi di laboratorio accreditate, contratti di cessione dettagliati e una tracciabilità impeccabile, trasformando la conformità in un sistema di gestione del rischio.

Quando diventa obbligatorio il report ESG: le soglie dimensionali della direttiva CSRD

La trasparenza sulle performance ambientali, sociali e di governance (ESG) sta passando da scelta volontaria a obbligo di legge per un numero crescente di imprese. La Direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità societaria (CSRD) ha definito soglie dimensionali precise che determineranno, a scaglioni, quali aziende dovranno pubblicare un report di sostenibilità. In generale, l’obbligo si applicherà a: grandi imprese (con più di 250 dipendenti, >40M € di fatturato o >20M € di attivi), PMI quotate e, a cascata, anche alle aziende della loro catena del valore. La gestione dei sottoprodotti diventa un KPI (Key Performance Indicator) fondamentale all’interno di questi report. Saper quantificare le tonnellate di rifiuti evitati, il risparmio di materie prime vergini e la riduzione delle emissioni di CO2 grazie alla vendita di sottoprodotti è un dato potente e concreto da inserire nel bilancio di sostenibilità.

Sala controllo moderna con schermi che mostrano metriche di sostenibilità e flussi di economia circolare

Anche per le aziende non ancora soggette all’obbligo, rendicontare queste performance è una mossa strategica. Investitori, banche e grandi clienti utilizzano sempre più i dati ESG per valutare l’affidabilità e la resilienza di un’impresa. Un’azienda che dimostra una gestione avanzata dell’economia circolare, come la valorizzazione dei sottoprodotti, è percepita come meno rischiosa e meglio gestita. L’esempio di grandi player del mercato italiano dimostra questa tendenza in atto.

Caso di studio: Q8 Italia e la valorizzazione dei sottoprodotti agricoli

In linea con la sua strategia di transizione, Q8 ha recentemente acquisito aziende specializzate nella produzione di biometano da sottoprodotti agricoli. Questa operazione, evidenziata nel loro bilancio di sostenibilità, non è solo un investimento in energie rinnovabili, ma un chiaro esempio di modello di economia circolare. Trasformando scarti agricoli in una risorsa energetica, Q8 non solo riduce l’impatto ambientale ma rafforza la propria filiera produttiva, dimostrando agli stakeholder come la sostenibilità possa essere un motore di crescita e diversificazione strategica.

Come obbligare i fornitori a rispettare i tuoi standard ESG senza perdere la fornitura?

La qualifica di un materiale come sottoprodotto non dipende solo dal proprio processo produttivo, ma anche dalla garanzia del suo “utilizzo certo” da parte di un acquirente. Allo stesso modo, se si acquistano sottoprodotti da un fornitore per usarli come materia prima, è cruciale assicurarsi che questi rispettino pienamente i criteri dell’art. 184-bis per non incorrere nel rischio di gestire un rifiuto non autorizzato. La gestione della catena di fornitura (supply chain) diventa quindi un pilastro della strategia di economia circolare. Imporre i propri standard ESG ai fornitori senza rischiare di interrompere le forniture richiede un approccio basato sulla collaborazione e su strumenti contrattuali chiari.

Anziché imporre requisiti dall’alto, è più efficace costruire un sistema di qualifica e audit che incentivi i fornitori a migliorare. Questo può includere:

  • Clausole contrattuali specifiche: Inserire nei contratti di fornitura l’obbligo di fornire documentazione completa sulla conformità del sottoprodotto, incluse analisi periodiche.
  • Sistemi di scoring: Valutare i fornitori sulla base di criteri ESG, come il possesso di certificazioni ambientali (ISO 14001/EMAS) e la completezza della documentazione.
  • Audit periodici: Prevedere verifiche ispettive presso i siti dei fornitori per controllare la coerenza tra la documentazione e la pratica industriale effettiva.
  • Trasferimento del rischio: Includere clausole che trasferiscano al fornitore la responsabilità e i costi derivanti da una non corretta classificazione del materiale.

Per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di sottoprodotti certificati, in Italia sono nate diverse piattaforme digitali che agiscono come intermediari qualificati, garantendo un primo livello di verifica e trasparenza.

Piattaforme italiane per l’incontro domanda-offerta di sottoprodotti certificati
Piattaforma Focus Settoriale Servizi Offerti Garanzie Conformità
Sfridoo Multisettoriale Matching B2B, validazione tecnica Verifica documentale art. 184-bis
ENEA – Piattaforma SUN Simbiosi industriale Network, standard tecnici Certificazione processo
Marketplace regionali Filiere locali Incontro territoriale Controllo enti locali

Come certificare la riduzione dei consumi energetici per ottenere il credito d’imposta massimo?

La valorizzazione dei sottoprodotti non è solo una strategia ambientale, ma anche una potente leva finanziaria. Il Piano Nazionale Transizione 5.0, che mette a disposizione 6,3 miliardi di euro per il biennio 2024-2025, offre un’opportunità unica per le aziende che investono in digitalizzazione ed efficienza energetica. Il meccanismo premia gli investimenti in beni strumentali 4.0 che portano a una riduzione dei consumi energetici della struttura produttiva o di un singolo processo.

Qui si crea un legame diretto con la gestione dei sottoprodotti. Un progetto che, attraverso nuovi macchinari e software 4.0, permette di separare, tracciare e ricondizionare uno scarto per trasformarlo in sottoprodotto vendibile, può essere configurato come un progetto di efficientamento energetico. Ad esempio, il nuovo processo potrebbe consumare meno energia rispetto al processo tradizionale di gestione e smaltimento del rifiuto corrispondente. La chiave per accedere al credito d’imposta (che può arrivare fino al 45% dell’investimento) è la certificazione della riduzione dei consumi. Questa deve essere rilasciata da un valutatore indipendente (come un EGE – Esperto in Gestione dell’Energia o una ESCO – Energy Service Company) sia ex-ante (prima dell’investimento) sia ex-post (dopo la sua realizzazione).

Un modello interessante è quello che coinvolge le ESCO. Queste società possono realizzare direttamente l’investimento presso l’azienda cliente, garantendo il raggiungimento di una certa soglia di efficienza energetica. In questo scenario, è la ESCO a beneficiare del credito d’imposta, ma l’azienda cliente ottiene comunque un processo più efficiente e una riduzione dei costi energetici e di gestione dei rifiuti, spesso senza un esborso iniziale. La valutazione della riduzione percentuale dei consumi deve essere sempre effettuata sui processi dell’azienda cliente, dove l’efficientamento si concretizza.

L’errore di dichiararsi “sostenibili” senza le certificazioni ISO che lo dimostrano legalmente

Nel dibattito sulla sostenibilità, esiste una differenza fondamentale tra un’opinione e una prova. Dichiararsi genericamente “sostenibili” o “attenti all’ambiente” rientra nella prima categoria. Possedere una certificazione ISO 14001 o una registrazione EMAS, supportate da una rigorosa documentazione sulla gestione dei sottoprodotti, rientra nella seconda. Una massima non scritta ma universalmente valida nel diritto ambientale italiano riassume perfettamente il concetto:

La seconda costituisce prova, la prima è un’opinione

– Normativa italiana, Differenza tra autodichiarazione e certificazione ISO 14001 con documentazione art. 184-bis

Questa distinzione ha implicazioni legali ed economiche enormi. Un’autodichiarazione non ha alcun valore probatorio in caso di contenzioso o di controllo da parte delle autorità. Al contrario, un sistema di gestione ambientale certificato da un ente terzo accreditato fornisce una presunzione di conformità. Dimostra che l’azienda non si limita a enunciare principi, ma applica procedure sistematiche e verificabili per gestire i propri impatti ambientali. Questo riduce drasticamente il rischio di sanzioni per greenwashing e fornisce una base solida per difendersi da eventuali contestazioni.

La credibilità segue una gerarchia precisa: al livello più basso troviamo l’autodichiarazione, ad alto rischio e bassa verificabilità. Un gradino sopra c’è la certificazione ISO 14001, che garantisce un controllo annuale da parte di un ente terzo. A un livello ancora superiore si colloca un sistema ISO 14001 integrato con la documentazione completa richiesta dall’art. 184-bis per i sottoprodotti. Al vertice della piramide della credibilità si trova la registrazione EMAS, che aggiunge l’elemento della trasparenza pubblica attraverso la Dichiarazione Ambientale, rendendo le performance dell’azienda totalmente verificabili da chiunque. Scegliere di salire in questa gerarchia non è un costo, ma un investimento in reputazione, sicurezza legale e competitività.

Da ricordare

  • La qualifica di “sottoprodotto” non è un’etichetta, ma il risultato di un processo strategico che inizia con l’ecodesign del prodotto.
  • Le certificazioni ambientali (ISO 14001, EMAS) sono lo strumento per trasformare la conformità normativa in un vantaggio competitivo negli appalti pubblici (GPP).
  • Una documentazione robusta e verificabile è l’unica difesa efficace contro il rischio di sanzioni per illeciti ambientali e accuse di greenwashing.

Come accedere ai fondi del Piano Transizione 5.0 per digitalizzare la tua azienda riducendo i consumi?

La trasformazione degli scarti in sottoprodotti non è solo una questione di conformità e di efficienza, ma rappresenta una delle più concrete opportunità per accedere ai cospicui fondi del Piano Transizione 5.0. Questo piano incentiva la doppia transizione, digitale ed ecologica, premiando le aziende che investono in tecnologie 4.0 per ridurre i propri consumi energetici. Un progetto di valorizzazione dei sottoprodotti, se ben strutturato, si qualifica perfettamente per questo scopo. L’obiettivo non è solo riciclare meglio, ma produrre meno rifiuti alla fonte, un principio cardine dell’economia circolare. D’altronde, sebbene l’Italia vanti tassi di riciclo elevati, con l’85,6% dei rifiuti trattati avviati a riciclo contro una media UE del 40,8%, la strategia vincente resta quella di ridurre a monte la produzione stessa di rifiuti.

Per accedere concretamente a questi fondi, l’azienda deve seguire una roadmap precisa che colleghi l’investimento tecnologico a un risparmio energetico misurabile e certificato. Ecco i passi fondamentali:

  1. Identificare i beni strumentali 4.0: Selezionare i sistemi (es. MES, sensori IoT, software di tracciabilità) necessari a monitorare e gestire il flusso di materiali, garantendo la conformità del sottoprodotto.
  2. Calcolare il risparmio energetico: Quantificare la riduzione dei consumi ottenibile gestendo il materiale come sottoprodotto (es. minor energia per la movimentazione, il trattamento o lo smaltimento evitato) rispetto allo scenario base di gestione come rifiuto.
  3. Presentare la comunicazione al GSE: Inviare la comunicazione preventiva al Gestore dei Servizi Energetici (GSE) tramite la piattaforma dedicata, prima di avviare l’investimento.
  4. Ottenere la certificazione ex-ante: Far certificare da un tecnico abilitato (EGE o ESCO) che il progetto di investimento porterà alla riduzione dei consumi attesa.
  5. Completare l’investimento e certificare ex-post: Una volta installati i beni, ottenere la certificazione finale che attesta l’effettiva riduzione dei consumi per poter usufruire del credito d’imposta.

Questo percorso trasforma un progetto di sostenibilità ambientale in un’operazione finanziariamente vantaggiosa, dove il ritorno economico non deriva solo dalla vendita del sottoprodotto e dal risparmio sui costi di smaltimento, ma anche da un significativo incentivo fiscale sull’investimento tecnologico.

Per trasformare questi concetti in un piano operativo, il primo passo consiste nell’avviare un audit interno per mappare i flussi di scarti, valutare il loro potenziale come sottoprodotti certificabili e identificare gli investimenti tecnologici necessari per accedere ai benefici del Piano Transizione 5.0.

Scritto da Marco Valli, Ingegnere gestionale e Lean Manager certificato, esperto in ottimizzazione della Supply Chain e logistica distributiva. Aiuta le aziende a ridurre gli sprechi produttivi e a negoziare con i fornitori in tempi di crisi.