Pubblicato il Aprile 17, 2024

Contrariamente a quanto si pensa, un Business Angel italiano non investe su un’idea, ma scommette sulla capacità di esecuzione del founder.

  • La vera valutazione non è sul potenziale di mercato, ma sul tuo livello di “coachability” e sulla tua ossessione per la trasparenza.
  • Ogni documento, dal pitch deck al term sheet, non è una formalità, ma un test per misurare la tua affidabilità e visione a lungo termine.

Raccomandazione: Smetti di vendere il tuo prodotto e inizia a dimostrare di essere un partner affidabile su cui un investitore può contare, soprattutto quando le cose andranno male.

Hai un’idea che credi valga milioni, un pitch deck curato nei minimi dettagli e la determinazione per cambiare un settore. Eppure, le tue email agli investitori restano senza risposta o ricevono un cortese “non è in linea con la nostra tesi di investimento”. Frustrante, vero? Molti founder pensano che il problema sia una valutazione troppo alta, una mancanza di traction evidente o un mercato non ancora maturo. Si concentrano per mesi a perfezionare le slide, le proiezioni finanziarie a cinque anni e a inserire acronimi come TAM, SAM e SOM.

E se il problema non fosse nel tuo business plan, ma nel modo in cui ti presenti come founder? Se la vera domanda che un Business Angel italiano si pone nei primi 30 secondi non fosse “Questa idea funzionerà?”, ma piuttosto “Posso fidarmi di questa persona con i miei soldi, la mia reputazione e il mio tempo?”. L’ecosistema italiano, più di altri, si basa su relazioni e fiducia. Un investitore esperto sa che le idee cambiano, i mercati evolvono e i piani falliscono. L’unica costante è il team e, nella fase seed, sei tu, il founder.

Questo articolo non ti fornirà la formula magica per un finanziamento garantito. Al contrario, ti darà accesso al framework mentale di un investitore selettivo, svelandoti i segnali, spesso non detti, che analizza per decidere se sei un rischio calcolato su cui scommettere o un’incognita da evitare. Attraverso queste otto domande critiche, imparerai a spostare il focus dal “cosa” fai al “come” pensi, dimostrando quella maturità imprenditoriale che vale più di qualsiasi proiezione finanziaria.

In questa guida approfondita, analizzeremo gli errori comuni e le strategie vincenti per navigare ogni fase del processo di raccolta fondi, dal primo contatto alla gestione del rapporto post-investimento. Esploreremo insieme come trasformare ogni interazione in un’opportunità per costruire fiducia.

Perché il tuo Pitch Deck viene scartato nei primi 30 secondi di lettura?

La risposta è brutale: il più delle volte, l’investitore non apre nemmeno il tuo pitch deck. Il primo, vero filtro è l’email di presentazione. Un Business Angel italiano, tipicamente un professionista o un ex-imprenditore di successo, riceve decine di proposte a settimana. Il suo tempo è la risorsa più scarsa. Un’email generica, prolissa o priva di un gancio personalizzato viene archiviata senza esitazione. Devi dimostrare di aver fatto i compiti: perché stai scrivendo proprio a lui? Quale sua esperienza passata o investimento nel portfolio ti fa pensare che possa essere il partner giusto?

Subito dopo l’email, il secondo controllo è il tuo profilo LinkedIn. Ricorda che il 58% degli angel investor italiani ha tra 45 e 65 anni; per loro, LinkedIn è lo strumento principale per verificare il background di un founder. Un profilo trascurato, con una headline generica (“CEO & Founder”) e un riassunto che sembra una lista della spesa, comunica sciatteria. Al contrario, un profilo che racconta una storia, che evidenzia risultati quantificabili e che mostra un’attività di pensiero nel settore (condivisione di articoli, commenti pertinenti) inizia a costruire credibilità prima ancora di parlare del progetto.

Il deck stesso è un test di sintesi e chiarezza. L’investitore non lo leggerà parola per parola; lo scorrerà in cerca di segnali. I più importanti sono: un team credibile con competenze complementari, la chiara identificazione di un problema doloroso per un mercato definito, e una metrica, anche piccola, che suggerisca una forma di traction iniziale. Non deve essere per forza il fatturato; può essere il feedback di 20 utenti target, una lettera di intenti o il tasso di crescita di una waiting list. Secondo i dati IBAN, nel 2024 l’investimento medio si è attestato sui 61.000 euro, a fronte di investimenti totali per 74,5 milioni di euro. Per una cifra del genere, l’Angel non cerca la perfezione, ma la prova che hai iniziato a eseguire.

In definitiva, il tuo pitch non viene scartato per un’idea debole, ma per una presentazione che non rispetta il tempo e l’intelligenza dell’investitore. Mostra rispetto, sintesi e una prova di esecuzione, e avrai guadagnato il diritto a una conversazione.

Valutazione alta o investitore giusto: cosa sacrificare nel primo round di raccolta fondi?

Questa è una delle domande più critiche e un indicatore chiave della maturità di un founder. La tendenza naturale, soprattutto alla prima esperienza di fundraising, è quella di ossessionarsi sulla valutazione pre-money, cercando di diluire la propria quota il meno possibile. È un errore strategico che può costare caro. Nel round seed, non stai solo raccogliendo capitale; stai scegliendo il tuo primo, vero partner strategico. Il valore di un Business Angel non risiede solo nei 50.000 € che investe, ma nello “smart money” che porta con sé.

Lo smart money non è un concetto astratto. Si traduce in asset tangibili: introduzioni qualificate a primi clienti, aiuto nel reclutare talenti chiave, consigli strategici basati su errori già commessi, e credibilità per i round futuri. Un Angel con un track record e una reputazione solida nel tuo settore può accelerare la tua crescita in modi che il capitale da solo non potrebbe mai fare. Sacrificare un partner del genere per qualche punto percentuale di equity è una mossa miope. L’investitore giusto può aumentare il valore della tua azienda del 50%, mentre quello sbagliato può portarla a zero.

Il dilemma tra una valutazione alta e l’investitore giusto è spesso un falso problema. Un Angel esperto sa qual è la valutazione corretta per una startup nella tua fase e nel mercato italiano. Proporre una valutazione irrealistica non ti fa apparire ambizioso, ma ingenuo e difficile da gestire. Al contrario, mostrare di dare più valore al partner che al denaro dimostra una visione a lungo termine e un allineamento di interessi. Pensa in questi termini: preferiresti avere il 100% di un’azienda che vale zero o il 60% di un’azienda che ha concrete possibilità di successo grazie al supporto di un partner strategico?

Schema visuale del framework per valutare il valore dello smart money di un Angel investor

Come mostra questo schema, il valore finanziario è solo una parte dell’equazione. Il network, l’esperienza e la credibilità sono capitali intangibili che un investitore strategico apporta e che spesso superano di gran lunga il valore monetario dell’investimento iniziale. Un founder maturo non chiede “quanto vale la mia azienda oggi?”, ma “chi può aiutarmi a massimizzarne il valore domani?”.

Inoltre, non dimenticare che in Italia esistono importanti incentivi fiscali per chi investe in startup innovative, rendendo l’operazione più attraente per l’investitore e dandoti un ulteriore argomento per negoziare non solo sul prezzo, ma sul valore complessivo della partnership.

Cosa cerca davvero un Angel oltre al ritorno economico: le 3 garanzie che devi offrire

Un Business Angel investe in progetti ad altissimo rischio. Statisticamente, sa che la maggior parte delle sue scommesse fallirà. Il suo obiettivo non è eliminare il rischio – è impossibile – ma mitigarlo investendo in founder che offrono garanzie non finanziarie. Oltre al potenziale ritorno economico (ROI), l’Angel cerca la prova che tu sia la persona giusta per navigare le inevitabili tempeste. Queste prove si possono riassumere in tre garanzie fondamentali che devi essere in grado di offrire.

La prima è la Garanzia di Esecuzione. Un’idea non vale nulla senza la capacità di trasformarla in un prodotto, un servizio e, infine, un’azienda. L’Angel cercherà nel tuo passato, anche in esperienze non imprenditoriali, prove della tua capacità di portare a termine progetti complessi, di superare ostacoli e di ottenere risultati concreti. Non raccontare cosa farai; mostra cosa hai già fatto.

La seconda, e forse più importante, è la Garanzia di Adattabilità, o “coachability”. Il tuo piano iniziale è quasi certamente sbagliato in qualche sua parte. Il mercato ti darà feedback brutali e inaspettati. La domanda che l’investitore si pone è: sarai in grado di ascoltare, processare le critiche e cambiare rotta rapidamente? O ti innamorerai della tua idea iniziale fino a portarla al fallimento? Essere “coachable” non significa essere un esecutore passivo, ma dimostrare intelligenza e umiltà nel saper integrare prospettive esterne. Paola Bonomo, premiata come Business Angel dell’Anno in Italia, lo sottolinea chiaramente.

Quando valuto una startup, cerco founder che dimostrano vera coachability. Non significa essere passivi, ma saper ascoltare, processare feedback critici e implementare cambiamenti rapidamente. Dal 2009 sono socia di Italian Angels for Growth e ho visto che le startup di successo sono quelle guidate da founder che sanno bilanciare visione e flessibilità, specialmente nel contesto del mercato italiano che presenta sfide uniche.

– Paola Bonomo, Angel Investor e socia di Italian Angels for Growth

Infine, l’Angel cerca la Garanzia di Allineamento. Devi dimostrare di considerare l’investitore non come una banca, ma come un partner. Questo si manifesta attraverso una comunicazione trasparente, la volontà di strutturare un accordo equo (come vedremo nella prossima sezione) e una visione a lungo termine condivisa. L’investitore sta scommettendo sul fatto che, tra cinque o sette anni, tu prenderai decisioni nell’interesse di tutti gli stakeholder, non solo nel tuo.

Senza queste, anche il business plan più solido è destinato a rimanere sulla carta. Il tuo compito primario non è convincere che l’idea è buona, ma che tu sei la persona giusta per realizzarla, qualunque cosa accada.

L’errore nel term sheet che potrebbe farti perdere il controllo della tua azienda in futuro

Il term sheet è il documento che formalizza i termini dell’investimento. Molti founder, euforici per aver ricevuto un’offerta, lo trattano come una formalità da firmare il prima possibile, concentrandosi solo su due numeri: la valutazione e l’importo investito. Questo è un errore gravissimo. Il term sheet non è un semplice contratto, ma la costituzione del tuo futuro rapporto con l’investitore. Contiene clausole che possono avere un impatto devastante sul tuo controllo aziendale e sul tuo guadagno in caso di exit.

L’errore più comune e pericoloso si nasconde nella clausola di preferenza di liquidazione (liquidation preference). Questa clausola definisce chi viene pagato per primo e quanto, in caso di vendita dell’azienda (exit) o di liquidazione. Esistono principalmente due tipi: “non-participating” e “participating”. Una clausola “non-participating 1x” è lo standard di mercato in Italia per i round seed: significa che l’investitore può scegliere di riprendersi il capitale investito OPPURE di convertirlo e ottenere la sua quota pro-rata del prezzo di vendita. È una clausola equa che protegge l’investitore da un’exit a basso valore.

Il vero pericolo è la clausola “participating 1x”. Con questa, l’investitore prima recupera tutto il suo capitale investito E POI partecipa alla divisione del rimanente, in base alla sua quota percentuale. Questo meccanismo, noto come “double-dipping”, penalizza enormemente i founder, specialmente in scenari di exit mediocri. Immagina di vendere l’azienda a 1 milione di euro dopo aver ricevuto un investimento di 200.000 € per il 20%. Con una clausola participating, l’investitore prende prima 200.000 €, e poi il 20% degli 800.000 € rimanenti (160.000 €), per un totale di 360.000 €. Il tuo guadagno si riduce drasticamente. Accettare una clausola del genere è un segnale di ingenuità o disperazione.

Il term sheet è una negoziazione. Un investitore che insiste su clausole predatorie come la “full participation” sta già inviando un segnale molto negativo sul tipo di partner che sarà. La tua capacità di comprendere e negoziare questi punti dimostra la tua competenza e protegge il tuo futuro.

La tabella seguente riassume l’impatto delle diverse clausole di liquidazione, un’informazione cruciale per ogni founder che si appresta a negoziare. Secondo un’analisi di mercato di Startup Geeks, la clausola non-participating rappresenta la stragrande maggioranza dei deal seed in Italia.

Confronto tra clausole di liquidazione: semplice vs participating
Tipo di Liquidazione Meccanismo Impatto su Founder Frequenza in Italia
Non-participating (1x) L’investitore recupera il capitale O la quota pro-rata Equilibrato, standard nel seed 70% dei deal seed
Participating (1x) L’investitore recupera il capitale E poi partecipa pro-rata Penalizzante, riduce exit founder 20% dei deal seed
Capped participating Come participating ma con tetto massimo Compromesso accettabile 10% dei deal seed

Non firmare mai un term sheet senza averlo compreso appieno e, se possibile, senza averlo fatto revisionare da un legale esperto in startup. Quei pochi euro spesi oggi potrebbero salvarti centinaia di migliaia di euro domani.

Come gestire i report mensili all’investitore senza trasformarli in burocrazia inutile?

Dopo aver chiuso il round e festeggiato, inizia il vero lavoro. Parte di questo lavoro è gestire la relazione con il tuo nuovo socio: il Business Angel. Molti founder vedono il reporting mensile come un obbligo burocratico, un compito noioso da sbrigare il più in fretta possibile. Questo è un altro grave errore di prospettiva. Il report mensile non è un esame, ma il tuo più potente strumento di gestione della relazione e di costruzione continua della fiducia.

Un Angel esperto non si aspetta solo buone notizie. Sa che il percorso di una startup è fatto di alti e bassi. Ciò che vuole vedere non è una crescita lineare e perfetta, ma la prova che tu, come founder, hai il polso della situazione, sei consapevole dei problemi e stai agendo per risolverli. Un report che contiene solo “vanity metrics” (es. “abbiamo avuto 10.000 visite al sito”) è inutile. Come sottolinea un esperto del settore, l’investitore cerca l’impatto reale.

Il business angel italiano ha una età che varia tra 45 e 65 anni, con un livello di istruzione alto. Vuole vedere progressi concreti, non vanity metrics. Comunicare ‘10.000 visite’ è inutile, mentre ‘CAC ridotto del 15% dopo l’introduzione al partner da te suggerito’ dimostra execution e capacità di leverage del network.

– Vincenzo Capizzi, Report IBAN 2025 – Analisi Business Angel in Italia

La trasparenza è la chiave. Nascondere un problema o un fallimento è il modo più rapido per distruggere la fiducia. Al contrario, presentare un problema in modo proattivo, insieme a un’analisi delle cause e a un piano di azione, dimostra maturità e controllo. Ricorda che l’Angel è lì per aiutarti. Se non lo informi dei problemi, come può mettere a disposizione il suo network o la sua esperienza per aiutarti a superarli? Il report è anche il luogo in cui formulare richieste di aiuto specifiche (“ask”). Un buon “ask” non è “ci servono più soldi”, ma “potresti presentarci a qualcuno nel settore X?” oppure “hai 30 minuti per un brainstorming sulla nostra strategia di pricing?”.

Un report efficace deve essere sintetico, onesto e orientato all’azione. Il formato “3-2-1” è un eccellente modello per strutturare la comunicazione in modo efficace e rispettoso del tempo dell’investitore.

Piano d’azione: Il template del Report “3-2-1” per Business Angel

  1. Sezione 1 – TRE SUCCESSI: Descrivi 3 vittorie del mese con metriche specifiche (es. “chiuso primo cliente pilota da 5k€ ARR”) e le lezioni apprese.
  2. Sezione 2 – DUE SFIDE: Condividi 2 difficoltà o insuccessi (es. “tasso di conversione inferiore alle attese”), le cause identificate e le azioni correttive che stai intraprendendo.
  3. Sezione 3 – UNA RICHIESTA: Formula 1 richiesta specifica di supporto all’investitore (una introduzione, una consulenza su un tema, un feedback su un’idea).
  4. Formato e Frequenza: Mantieni il report entro una pagina, usando elenchi puntati e un linguaggio diretto. Stabilisci un invio fisso, ad esempio il primo lunedì di ogni mese.
  5. Metriche Chiave da Includere: Allega sempre un piccolo cruscotto con i KPI fondamentali come MRR (Monthly Recurring Revenue), CAC (Customer Acquisition Cost), Churn Rate, Runway (mesi di cassa rimanenti) e stato della pipeline commerciale.

Trasforma il reporting da un obbligo a un’opportunità strategica. È il modo migliore per tenere l’investitore ingaggiato, allineato e pronto ad aiutarti quando ne avrai più bisogno.

Utili a riserva o dividendi: perché lasciare i soldi in azienda è il miglior investimento oggi?

Questa è una domanda che spesso emerge dopo i primi segni di redditività: cosa fare con gli utili? Per un’azienda tradizionale, la distribuzione di dividendi ai soci è una prassi normale. Per una startup, è un segnale di allarme rosso per qualsiasi investitore. Distribuire dividendi in una fase di crescita iniziale comunica una sola cosa: hai smesso di credere nella crescita esponenziale e ti stai accontentando di gestire un’attività che genera profitti modesti.

Un Business Angel non investe 50.000 € in un progetto rischioso per ottenere un dividendo di 2.000 € dopo tre anni. Investe per ottenere un ritorno di 10x, 20x o più attraverso una exit (vendita o IPO) tra 5-10 anni. L’intero modello della startup si basa sul reinvestimento aggressivo degli utili per alimentare una crescita il più rapida possibile. Ogni euro di profitto deve essere visto come carburante da rimettere nel motore per acquisire più clienti, sviluppare il prodotto più velocemente o entrare in nuovi mercati.

Prelevare utili per distribuirli è l’antitesi di questa filosofia. Dimostra una mancanza di visione e di ambizione. Peggio ancora, segnala un disallineamento fondamentale con i tuoi investitori. Loro hanno scommesso sulla tua capacità di costruire un’azienda di grande valore, non una piccola impresa redditizia. Un founder che pensa ai dividendi sta implicitamente dicendo: “Non so come reinvestire questo denaro per generare un ritorno superiore a quello che otterrei distribuendolo”. È un’ammissione di incapacità strategica.

Inoltre, per le startup innovative in Italia, il reinvestimento degli utili è una condizione essenziale per mantenere i benefici legali e fiscali associati a questo status. Secondo la normativa, le startup innovative non possono distribuire utili per tutta la durata del loro regime speciale. Questo non è un limite, ma una guida strategica. La legge stessa ti incoraggia a fare la cosa giusta: reinvestire. Lo status di startup innovativa, che secondo le normative attuali dura una base di 3 anni con estensioni possibili, è un asset prezioso che dipende direttamente da questa disciplina finanziaria.

La risposta alla domanda è quindi netta: gli utili si lasciano in azienda. Sempre. Almeno fino a quando non avrai raggiunto una scala e una maturità tali da rendere una exit l’opzione più logica per tutti gli stakeholder. Fino a quel giorno, ogni euro conta per la crescita.

Brevetto o segreto industriale: quale protezione legale blocca davvero i copioni cinesi o europei?

La protezione della proprietà intellettuale (IP) è una delle preoccupazioni principali per un founder, specialmente in settori tecnologici. La domanda istintiva è: “Devo brevettare la mia invenzione?”. La risposta, tuttavia, non è così scontata. La scelta tra brevetto e segreto industriale è una decisione strategica complessa, con implicazioni profonde in un contesto di competizione globale, che include attori aggressivi in Cina come in Europa.

Il brevetto offre una protezione legale forte e formalizzata. Concede un monopolio temporaneo sull’utilizzo dell’invenzione in un determinato territorio. Tuttavia, ha tre svantaggi significativi. Primo, è un processo lungo e molto costoso, soprattutto se si cerca una protezione internazionale. Secondo, per ottenere un brevetto, devi divulgare pubblicamente ogni dettaglio della tua invenzione. In pratica, stai fornendo un manuale di istruzioni dettagliato ai tuoi concorrenti. Terzo, far valere un brevetto contro una violazione (“enforcement”) è un’altra battaglia legale costosa e complessa. Un concorrente con più risorse potrebbe semplicemente copiare, sfidandoti a fargli causa, sapendo che potresti non avere i mezzi per sostenere una lunga lite.

Il segreto industriale, d’altra parte, non richiede costi di registrazione. Protegge qualsiasi informazione che abbia valore commerciale proprio perché non è nota al pubblico (es. la formula della Coca-Cola, l’algoritmo di Google). La sua forza risiede nella disciplina operativa, non nella protezione legale formale. Il vantaggio è che non scade mai e non richiede divulgazione. Lo svantaggio è che non protegge contro il “reverse engineering” o lo sviluppo indipendente da parte di un concorrente. Se qualcuno scopre il tuo segreto legalmente, sei indifeso.

Quindi, quale strategia blocca davvero i “copioni”? Spesso, una combinazione intelligente delle due. Per un’invenzione hardware facilmente replicabile, il brevetto può essere l’unica via. Ma per un algoritmo software, un processo produttivo unico o una formula, il segreto industriale è spesso una barriera molto più efficace. Un concorrente, anche aggressivo, non può copiare ciò che non conosce. Mantenere il “core” della tua tecnologia come segreto industriale, protetto da solidi accordi di non divulgazione (NDA) con dipendenti e partner, e brevettare solo elementi specifici e meno centrali, può essere la strategia più robusta. Costringe il concorrente a un costoso e lungo processo di ricerca e sviluppo per ricreare il tuo vantaggio, invece di limitarsi a copiare un brevetto pubblico.

Parlane con il tuo Angel investor. Un socio esperto avrà già affrontato questo dilemma e potrà darti una prospettiva basata sull’esperienza pratica del tuo settore, che vale più di mille pareri legali astratti.

Punti chiave da ricordare

  • L’investitore italiano non scommette sull’idea, ma sulla credibilità, affidabilità e capacità di esecuzione del founder. La fiducia è la valuta principale.
  • Lo “smart money” di un Angel strategico (network, esperienza, credibilità) ha un valore superiore a qualche punto percentuale in più nella valutazione pre-money.
  • La trasparenza totale, specialmente nel comunicare i fallimenti, è lo strumento più potente per costruire e mantenere la fiducia con i tuoi investitori.

Come strutturare la tua scaleup per superare la due diligence di un fondo di Venture Capital?

Il round con un Business Angel è solo il primo passo. Se la tua ambizione è costruire una scaleup, prima o poi ti troverai di fronte a un fondo di Venture Capital (VC) per un round di Serie A. Questo è un salto di qualità enorme. Se un Angel investe mediamente 61.000 €, l’investimento medio dei Venture Capital in Italia nel 2024 è stato di 3,5 milioni di euro. Con cifre del genere, il livello di scrutinio è esponenzialmente più alto. La Due Diligence (DD) di un VC è un processo analitico, approfondito e spietato che esaminerà ogni singolo aspetto della tua azienda.

La due diligence non è un esame che si prepara in una settimana. È la conseguenza logica della disciplina e dell’ordine con cui hai gestito la tua azienda fin dal primo giorno. Pensare di “mettere a posto le carte” quando un VC si manifesta è il segnale che sei già in ritardo e probabilmente non passerai il processo. La preparazione alla DD inizia il giorno in cui fondi la società. Significa mantenere una Cap Table pulita e aggiornata, conservare tutti i contratti importanti (con clienti, fornitori, dipendenti), verbalizzare le decisioni del CdA e tenere una contabilità impeccabile.

Il cuore della due diligence è la Virtual Data Room (VDR), una cartella online organizzata in cui il team del VC può trovare tutti i documenti necessari per la sua analisi. Una VDR ben strutturata non solo facilita il processo, ma comunica professionalità e controllo. Deve essere organizzata in modo logico, con cartelle chiare e documenti nominati in modo consistente. Le aree chiave da coprire sono sempre le stesse:

  • Legale: Atto costitutivo, statuto, patti parasociali, registrazione del marchio, brevetti.
  • Finanziaria: Bilanci, business plan dettagliato, proiezioni, analisi del cash flow.
  • Team: CV dei founder, contratti dei dipendenti chiave, organigramma, piano di stock option.
  • Prodotto/Tecnologia: Roadmap, documentazione tecnica, demo.
  • Commerciale e Metriche: Contratti con i clienti, pipeline di vendita, analisi delle cohort, calcolo delle unit economics (LTV/CAC).

Superare la due diligence di un VC è la prova del nove della tua capacità di esecuzione non solo sul prodotto, ma anche sulla gestione aziendale. È la dimostrazione che hai costruito fondamenta solide, capaci di sostenere una crescita accelerata. Un Angel investor può perdonare un po’ di disordine iniziale; un VC non lo farà. Il suo lavoro è gestire il rischio per i propri Limited Partners, e un’azienda disorganizzata è un rischio che non correrà.

Inizia oggi a gestire la tua startup come se dovessi affrontare una due diligence domani. Quando il momento arriverà, non dovrai fare altro che condividere un link, dimostrando di essere un founder che ha sempre avuto il controllo della propria azienda.

Scritto da Francesca Moretti, CFO frazionale ed esperta di finanza straordinaria e internazionalizzazione per le PMI. Specializzata in gestione della tesoreria, analisi dei flussi di cassa e strategie di ingresso nei mercati esteri complessi.