Pubblicato il Maggio 15, 2024

L’errore più grande? Vedere i fondi per la formazione come un modo per “risparmiare”. In realtà, sono lo strumento più potente per gestire il cambiamento e generare valore.

  • Upskilling strategico > licenziamento: costa meno, preserva il know-how aziendale e aumenta la motivazione del team.
  • ROI misurabile: Ogni euro investito in formazione va tracciato con KPI precisi (es. aumento fatturato, riduzione ciclo di vendita).

Raccomandazione: Inizia con un audit delle competenze per mappare i gap e costruire un piano formativo mirato, finanziabile al 100% con gli strumenti giusti.

Come HR Manager, ti trovi a un bivio. Da un lato, l’azienda deve accelerare sulla digitalizzazione, adottare nuove tecnologie e rispondere a un mercato che cambia alla velocità della luce. Dall’altro, hai un team di collaboratori, spesso con decenni di esperienza e fedeltà, le cui competenze rischiano di diventare obsolete. La tentazione di pensare a nuove assunzioni è forte, ma i costi e la perdita di know-how storico sono un deterrente enorme. È una sfida che tiene svegli la notte molti responsabili delle risorse umane in Italia.

Si parla molto di fondi per la formazione come il Fondo Nuove Competenze (FNC), Fondimpresa o altri fondi interprofessionali. La narrazione comune si ferma spesso alla superficie: un modo per ottenere formazione “gratis”, un labirinto burocratico di moduli e accordi sindacali. Molti articoli spiegano come presentare una domanda, ma pochi si chiedono quale sia il vero obiettivo strategico. La formazione finanziata viene vista come un centro di costo da ottimizzare, non come un motore di crescita.

E se la prospettiva fosse completamente sbagliata? Se questi fondi non fossero solo un modo per riqualificare il personale a costo zero, ma il più potente strumento di change management sovvenzionato a tua disposizione? Questo non è un articolo sulla burocrazia dei fondi. È una guida strategica per trasformare un obbligo normativo e una necessità aziendale in un’opportunità di business. Vedremo come usare questi strumenti non solo per insegnare a usare un nuovo software, ma per ridisegnare i processi, ingaggiare le persone più scettiche e, soprattutto, misurare un ritorno sull’investimento (ROI) tangibile che giustifichi ogni singola ora di formazione.

In questo articolo, esploreremo un percorso strategico che va oltre il semplice risparmio. Analizzeremo come scegliere gli investimenti formativi giusti, come coinvolgere i dipendenti più esperti, come misurare l’impatto sul business e come costruire un sistema di apprendimento continuo che protegga il valore più grande della tua azienda: le persone.

Hard skills o Soft skills: su cosa investire per preparare il team all’Intelligenza Artificiale?

L’Intelligenza Artificiale non è più un argomento da film di fantascienza, ma una realtà che sta entrando nei processi aziendali. La domanda non è “se” ma “come” preparare il team. L’errore più comune è pensare che servano solo programmatori e data scientist. La realtà, soprattutto per le PMI italiane, è più sfumata. La carenza di competenze è un problema reale: una recente analisi indica che il 46% dei professionisti IT italiani ritiene che manchino le competenze necessarie per l’IA. Questo gap, però, non è solo tecnico.

L’investimento deve essere su competenze ibride. Da un lato, servono hard skill specifiche ma accessibili, come la capacità di interagire con le IA generative. Dall’altro, sono fondamentali le soft skill per interpretare, validare e utilizzare l’output dell’IA in modo strategico. Pensiamo al “Prompt Engineering”: non è programmazione, ma un’arte che unisce creatività, logica e profonda conoscenza del contesto aziendale. È qui che i fondi come FNC possono fare la differenza, finanziando percorsi che creano una “AI Literacy” diffusa, una comprensione di base di cosa l’IA può e non può fare, inclusi i fondamentali aspetti etici.

Un esempio concreto arriva da iniziative di sistema che possono essere replicate su scala aziendale.

Studio di caso: Il programma di certificazione IA di Microsoft in Italia

Per affrontare il gap di competenze sull’IA generativa, Microsoft Italia ha collaborato con ELIS per sviluppare corsi di formazione per prompt engineer e per la certificazione Microsoft AI-900. Il programma ha già certificato 7.000 persone in Italia nell’ultimo anno, dimostrando che è possibile creare percorsi strutturati per fornire le competenze tecniche e di business necessarie a governare i nuovi processi basati sull’IA. Questo modello è replicabile in azienda usando i fondi per finanziare percorsi di certificazione ufficiali.

L’obiettivo non è trasformare tutti in ingegneri, ma dare a tutti gli strumenti per dialogare con la tecnologia, sfruttandola per migliorare il proprio lavoro. La vera sfida non è tecnologica, ma culturale e formativa.

Come convincere un dipendente senior a tornare in aula per imparare un nuovo software?

È la domanda da un milione di euro per ogni HR Manager. Di fronte all’introduzione di un nuovo CRM, ERP o di qualsiasi strumento digitale, la resistenza dei collaboratori più esperti è quasi una certezza. Ma non è quasi mai una questione di pigrizia o di chiusura mentale. Spesso, è una reazione dettata dalla paura: paura di non essere all’altezza, di perdere il proprio status di “esperto”, di vedere il proprio bagaglio di esperienza svalutato da un click. Approcciare la questione con un “devi fare questo corso” è il modo più rapido per erigere un muro.

La chiave è l’ingegneria del consenso. Bisogna riposizionare la formazione non come una critica alle competenze attuali, ma come uno strumento per salvaguardare e valorizzare l’eredità professionale del dipendente. L’obiettivo è renderlo protagonista, non soggetto passivo della transizione. Strategie come il Reverse Mentoring si rivelano potentissime: il dipendente senior impara le nuove tecnologie da un collega più giovane, e al contempo insegna a quest’ultimo i segreti del mestiere, i processi non scritti e la cultura aziendale. In questo modo, l’apprendimento diventa uno scambio alla pari, dove tutti vincono.

Questo scambio intergenerazionale trasforma l’aula da luogo di giudizio a spazio di collaborazione e mutuo rispetto, valorizzando l’esperienza di tutti.

Scambio intergenerazionale di competenze in ambiente aziendale italiano

Inoltre, è fondamentale creare percorsi su misura. Invece di un corso generico, si possono progettare moduli formativi che partono dai processi che il dipendente già conosce a menadito, mostrando come il nuovo software possa semplificare o potenziare proprio quelle attività. Utilizzare modalità di blended learning, con sessioni brevi, flessibili e magari affiancate da coaching individuale, può ridurre l’ansia e rendere l’apprendimento molto più digeribile ed efficace.

L’errore di mandare tutti allo stesso corso di inglese che spreca budget e tempo

Il corso di Business English è un classico dei piani formativi aziendali. L’intenzione è buona: migliorare la capacità dell’azienda di operare su mercati internazionali. Il risultato, però, è spesso deludente. Si crea un’unica classe con il manager che deve negoziare contratti da milioni di euro, l’impiegato dell’ufficio acquisti che deve scrivere email per sollecitare un ordine e il tecnico che deve leggere un manuale. Il risultato? Il manager si annoia, il tecnico si sente frustrato e l’impiegato non trova esempi pratici per il suo lavoro. Un enorme spreco di tempo e, soprattutto, di budget.

Questo approccio “one-size-fits-all” è l’antitesi della formazione strategica. I fondi per la formazione, se usati correttamente, spingono verso un approccio sartoriale. Prima di progettare qualsiasi intervento, è necessario un assessment iniziale. Chi ha davvero bisogno dell’inglese? Per fare cosa? A quale livello di competenza? Solo dopo aver risposto a queste domande si possono creare gruppi omogenei e, soprattutto, percorsi con contenuti specifici: Legal English per l’ufficio legale, Technical English per la produzione, Sales English per i commerciali.

Un piano formativo ben strutturato, basato sulle reali necessità dei ruoli aziendali, non solo massimizza il ritorno sull’investimento ma è anche molto più facile da far approvare e finanziare dai fondi, perché dimostra un nesso causale chiaro tra la formazione e gli obiettivi di business. Il confronto tra i due approcci è impietoso.

Aspetto Corso Generico (Spreco) Piano Individualizzato (ROI ottimale)
Target Tutti allo stesso livello Assessment iniziale per gruppi omogenei
Contenuto Inglese generale Business English specifico per ruolo
Modalità Solo aula tradizionale Blended: app + coaching one-to-one
ROI 30% di utilizzo effettivo 85% applicazione immediata al lavoro
Approvazione fondi Difficile da giustificare Nesso causale chiaro con obiettivi aziendali

Passare da un corso generico a un piano personalizzato trasforma la formazione da una spesa a un investimento strategico, con un’applicazione pratica e un impatto misurabile sul lavoro quotidiano.

Come calcolare se il corso di vendita ha davvero aumentato il fatturato del 10%?

Questa è la domanda che ogni CEO e CFO porrà all’HR Manager. E “i ragazzi erano contenti” non è una risposta accettabile. Per elevare la funzione HR a partner strategico del business, è indispensabile imparare a parlare il linguaggio dei numeri e del ROI formativo. Un corso di vendita, finanziato tramite FNC o Fondimpresa, non è un costo, ma un investimento che deve generare un ritorno misurabile. Il problema è che poche aziende si dotano degli strumenti per tracciarlo.

Il primo passo è definire i KPI (Key Performance Indicator) corretti PRIMA che il corso inizi. L’obiettivo non è solo “aumentare il fatturato”, che può dipendere da mille fattori. Bisogna isolare l’impatto della formazione misurando indicatori direttamente influenzati dalle competenze dei venditori. Ad esempio: il tasso di conversione da lead a cliente, il valore medio della transazione, o la riduzione in giorni del ciclo di vendita. Un altro metodo potente è quello del “gruppo di controllo”: formare un team di vendita e confrontare le sue performance, a parità di altre condizioni, con quelle di un team non formato.

Oltre ai ricavi, non bisogna dimenticare i “costi evitati”. Se il corso insegna a usare meglio il CRM, si può quantificare il tempo risparmiato in attività amministrative e reinvestito in attività di vendita. Anche le modalità di erogazione contano: studi dimostrano che il microlearning può migliorare l’attenzione e la ritenzione delle informazioni fino al 20%, rendendo l’apprendimento più efficace e l’impatto più duraturo. Un piano di misurazione solido non solo giustifica la spesa, ma fornisce dati preziosi per affinare i futuri interventi formativi, creando un circolo virtuoso di miglioramento continuo.

Quando l’upskilling diventa l’unica alternativa al licenziamento e alla nuova assunzione

Di fronte a un gap di competenze critico, l’istinto manageriale può suggerire la via apparentemente più rapida: licenziare la persona con competenze obsolete e assumerne una nuova, già formata. Questa è una delle decisioni più costose e dannose che un’azienda possa prendere. Il costo di un licenziamento non si limita al TFR e al ticket NASpI; include potenziali vertenze, la demotivazione a catena nel team e, soprattutto, la perdita irreparabile di patrimonio di competenza: anni di conoscenza dei clienti, dei processi e della cultura aziendale che se ne vanno per sempre.

L’upskilling, specialmente quando supportato da strumenti come il Fondo Nuove Competenze, ribalta completamente l’equazione economica e strategica. Il FNC, infatti, non finanzia solo il costo del formatore, ma copre il costo orario del dipendente per le ore che dedica alla formazione, trasformando di fatto un costo del personale in un investimento in capitale umano a costo quasi nullo per l’azienda. Con una dotazione che per la sua terza edizione ammonta a oltre 731 milioni di euro, lo Stato italiano sta inviando un segnale forte: l’upskilling è una priorità nazionale.

Come ha sottolineato il Ministro del Lavoro, questa iniziativa è parte di una visione più ampia. Lo ha confermato Marina Calderone, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali:

Un’operazione che ci accompagna nell’attuazione delle decisioni assunte nell’ambito del G7 dei Ministri del Lavoro. Il Fondo accompagna i processi di transizione digitale ed ecologica delle imprese

– Marina Calderone, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

L’analisi comparativa dei costi tra le tre opzioni (licenziamento, nuova assunzione, upskilling) mostra chiaramente come la riqualificazione interna non sia solo la scelta etica, ma anche quella economicamente più vantaggiosa nel medio-lungo periodo.

Voce di costo Licenziamento Nuova assunzione Upskilling FNC
Costi diretti TFR + NASpI + possibili vertenze Ricerca e selezione + onboarding Costo orario coperto dal fondo
Tempo improduttivo 3-6 mesi per sostituzione 2-3 mesi curva apprendimento 30-150 ore formazione
Perdita know-how 100% conoscenza aziendale persa 0% ma nessuna esperienza pregressa 0% – anzi, potenziamento
Impatto su team Demotivazione diffusa Incertezza su nuovo inserimento Motivazione: l’azienda investe
ROI stimato Negativo (-150%) Neutro/Negativo primi 6 mesi Positivo (+200% dopo 12 mesi)

Perché investire in macchinari 5.0 è inutile se non formi gli operatori all’uso dei dati?

L’Italia sta vivendo una nuova ondata di innovazione industriale grazie al piano Transizione 5.0, che incentiva gli investimenti in macchinari tecnologicamente avanzati. Molte aziende, tuttavia, commettono un errore fatale: si concentrano sull’acquisto dell’hardware (il nuovo centro di lavoro, il robot collaborativo, la linea di taglio laser) trascurando il “software” umano. Un macchinario 5.0 senza un operatore 5.0 in grado di utilizzarlo è come una Ferrari con il serbatoio vuoto: un bellissimo e costosissimo soprammobile.

La vera rivoluzione dell’Industria 5.0 non è l’automazione in sé, ma la capacità di utilizzare i dati generati dalle macchine per prendere decisioni in tempo reale, ottimizzare i processi e anticipare i problemi. Un operatore 5.0 non è più solo colui che “spinge il bottone”, ma un analista a bordo macchina. Deve saper leggere una dashboard di efficienza (OEE), interpretare un allarme di manutenzione predittiva inviato da un sensore e collaborare con un cobot in modo sicuro ed efficiente. Senza queste competenze, il macchinario lavorerà al 30% del suo potenziale e l’investimento non produrrà mai il ROI atteso. Non a caso, come specificato in diversi contesti istituzionali, l’accesso ai crediti d’imposta del Piano Transizione 5.0 è spesso condizionato alla dimostrazione di un contestuale investimento in formazione del personale sulle competenze digitali e green richieste.

Studio di caso: PMI metalmeccanica e formazione per la Transizione 5.0

Una PMI metalmeccanica italiana che installa una nuova linea di taglio laser 5.0 può usare il FNC per finanziare un percorso formativo completo per i suoi operatori. Questo non include solo il corso base sull’uso del macchinario, ma moduli specifici su: lettura e interpretazione dei dati di efficienza (OEE), principi di manutenzione predittiva basata sui sensori, e fondamenti di Lean Manufacturing per ottimizzare il flusso produttivo. In questo modo, l’investimento tecnologico viene attivato al 100% dal capitale umano, massimizzando il ritorno e garantendo la conformità con i requisiti del Piano Transizione 5.0.

Checklist per l’audit delle competenze 5.0

  1. Punti di contatto con i dati: Mappare tutti i macchinari, software e dashboard dove l’operatore incontra dati di produzione (es. pannelli HMI, tablet, report MES).
  2. Raccolta delle competenze attuali: Inventariare le capacità esistenti tramite osservazione e interviste (es. sa solo avviare/fermare la macchina vs sa leggere l’OEE).
  3. Coerenza con gli obiettivi 5.0: Confrontare le competenze attuali con le necessità della Transizione 5.0 (es. manutenzione predittiva, efficienza energetica, collaborazione con cobot).
  4. Autonomia e Problem Solving: Valutare la capacità di passare da un’esecuzione generica a un’interpretazione critica dei dati per risolvere problemi in autonomia.
  5. Piano formativo individuale: Definire i “gap” di competenza e pianificare moduli formativi prioritari (es. priorità 1: dashboard OEE; priorità 2: basi di manutenzione).

Fondimpresa o altri: quale fondo è più veloce a rimborsare per il tuo settore?

Una volta definita la strategia, si passa alla tattica. La scelta dello strumento di finanziamento giusto è cruciale e dipende da molti fattori: il settore dell’azienda, l’urgenza, la complessità del piano formativo e la propensione alla burocrazia. Il Fondo Nuove Competenze (FNC) è potente ma ha le sue regole, come l’obbligatorietà di un accordo sindacale. I fondi interprofessionali come Fondimpresa, FonARCom, Fondirigenti o altri, offrono alternative diverse, ciascuna con i suoi pro e contro.

Ad esempio, il Conto Formazione di Fondimpresa è spesso percepito come più snello e veloce per le aziende strutturate che versano regolarmente, permettendo di finanziare piani su misura con relativa agilità. Altri fondi potrebbero essere più specializzati per il settore terziario o per l’artigianato. La velocità di erogazione post-rendicontazione è un altro fattore chiave: attendere 90 giorni per un rimborso può avere un impatto diverso sulla cassa di una PMI rispetto a un’azienda più grande. Come si evince da un’analisi comparativa basata su avvisi pubblici come quelli di Fondartigianato, che si integra con il FNC, ogni strumento ha peculiarità uniche.

La scelta richiede un’analisi strategica, non una decisione basata sull’abitudine o sul “sentito dire”. È un lavoro di dettaglio che paga in termini di efficienza e velocità.

Professionista italiano analizza documentazione per accesso ai fondi interprofessionali

La tabella seguente offre una visione d’insieme strategica, non esaustiva, per orientare la scelta iniziale. I valori di complessità e tempistiche sono stime basate sulla prassi comune e possono variare.

Criterio FNC 3 Fondimpresa FonARCom
Tempistica approvazione 60-90 giorni 30-45 giorni (Conto Formazione) 45-60 giorni
Complessità burocratica (1-5) 4 3 (Conto Formazione) / 5 (Conto Sistema) 3
Settore ideale Tutti (focus innovazione) Industria/Manifatturiero Commercio/Servizi
Modello finanziamento Anticipo costo lavoro A rimborso A rimborso
Accordo sindacale Obbligatorio Dipende dall’avviso Generalmente richiesto
Velocità erogazione post-rendiconto 30-60 giorni 60-90 giorni 45-75 giorni

Da ricordare

  • Strategia > Burocrazia: L’approccio ai fondi deve essere guidato da obiettivi di business chiari, non essere un mero esercizio burocratico.
  • Misurare per Migliorare: Calcolare il ROI della formazione è l’unico modo per giustificarne il valore e assicurarsi budget futuri.
  • Senior come Risorsa: I dipendenti esperti non sono un ostacolo, ma una risorsa chiave da valorizzare e attivare nel processo di cambiamento.

Come costruire una Academy aziendale interna per trasmettere il know-how dei senior ai nuovi assunti?

La formazione non può essere un evento sporadico. Per essere davvero trasformativa, deve diventare un processo continuo. L’obiettivo finale di una strategia di upskilling matura è la creazione di una Academy aziendale interna: una struttura permanente dedicata a preservare, sviluppare e trasmettere il sapere critico all’interno dell’organizzazione. Questo è il modo più efficace per capitalizzare il “patrimonio di competenza” dei collaboratori senior, trasformando la loro esperienza tacita in un asset aziendale esplicito e scalabile.

Costruire un’Academy da zero può sembrare un’impresa titanica per una PMI, ma ancora una volta i fondi per la formazione vengono in soccorso. È possibile finanziare quasi ogni aspetto del progetto. Ad esempio, si possono usare i fondi per coprire le ore che i dipendenti senior dedicano alla docenza interna, riconoscendo formalmente il loro ruolo di mentori. Si possono finanziare corsi di “Formazione Formatori” per insegnare loro le tecniche didattiche più efficaci. Si può finanziare l’acquisto e l’implementazione di una piattaforma LMS (Learning Management System) per digitalizzare i contenuti e renderli accessibili on-demand.

Studio di caso: Il modello “Scuola dei Mestieri” per le PMI

Il modello di Distretto Italia, promosso da ELIS, ha già formato con successo oltre 1000 giovani attraverso Scuole dei Mestieri focalizzate su bisogni aziendali concreti. Una PMI può replicare questo approccio in piccolo, creando la propria “scuola” interna. Utilizzando una combinazione di FNC e fondi interprofessionali, può strutturare un percorso che include: 1) Finanziamento delle ore dei senior dedicate alla docenza. 2) Qualificazione dei senior come formatori. 3) Digitalizzazione del know-how su una piattaforma LMS. 4) Creazione di percorsi di affiancamento strutturato. In questo modo, l’azienda non solo forma i nuovi assunti, ma crea una cultura dell’apprendimento continuo e valorizza i suoi esperti più preziosi.

Un’Academy interna non è solo un centro di formazione, ma il cuore pulsante della cultura aziendale, il luogo dove i valori e il “saper fare” si tramandano da una generazione all’altra, garantendo la continuità e la crescita del business nel tempo.

Scritto da Stefano Conti, HR Director e consulente del lavoro, specializzato in sviluppo del capitale umano, welfare aziendale e negoziazione sindacale. Esperto in formazione finanziata e retention dei talenti in contesti di lavoro ibrido.